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Criticità del Collio e motivi di speranza

Alcune considerazioni sul posizionamento e il mercato dei vini del Collio tra difficoltà e potenzialità

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02/08/2014

L’amico Michelangelo Tagliente, ottimo interprete friulano della comunicazione e critica enogastronomica mi ha chiesto tempo fa un mio personale parere sul fatto che il Collio e la sua produzione così prestigiosa non sappiano imporsi sul mercato con risultati adeguati. Gli rispondo un po’ in ritardo, e gli chiedo scusa per questo, ma volevo avere il tempo per proporre un’analisi più interessante e il meno possibile, superficiale, di un tema serio e sempre più contingente.

Cos’è il Collio. Un’area straordinaria, ricca di storia e di natura che, per certi versi, in alcuni casi rimane ancora selvaggia e allo stesso tempo incantevole. Piccole colline che dolcemente si susseguono tra piccoli casali e borghi di chiara architettura veneziana o austroungarica. Una terra di confine cha lascia spuntare ancora le vecchie torrette di guardia tra filari di vigna e antichi boschi di rovi. Il Collio inspira l’aria marina dell’Adriatico ed espira le fresche brezze delle Alpi Giulie e del Carso. In questo clima così unico si eleva una tradizione enologica secolare. 1500 ettari e un approccio alla vigna molto essenziale. Tradizione, storia e cultura di un popolo che ha assaporato i fasti della Serenissima Repubblica Veneziana e ha scontato poi l’isolamento slavo dell’ultimo secolo. Una terra difficile che ha dovuto scontare il suo essere di confine alla quale non si possono chiedere le “mezze misure” e che non ha nel suo DNA il desiderio di accontentare tutti. Un’isola intransigente in un Friuli che negli ultimi anni ha dimostrato con troppa facilità di assoggettarsi alle mere regole del mercato, mettendo a repentaglio una identità per seguire mode fittizie. Mi riferisco alla grande facilità con cui molti vignaioli friulani hanno espiantato vigneti storici per depositare prosecchi DOC di dubbia qualità e comunque senza storia!

In questa sostanziale confusione rimangono i duri e puri del Collio. Guerrieri masai in un melting pot internazionale dove il romanticismo lascia il posto alla dura e cruda legge del mercato.

Identità e mercato. Cosa cerca oggi il mercato internazionale? Identità e collocazione geografica, unicità e riconoscibilità. La famosa parolina Glocal che tanto negli ultimi anni è stata evocata rimane effettivamente ciò che il mercato richiede. Ogni prodotto deve raccontare la storia e la tradizione di un popolo. Il consumatore internazionale oggi non si accontenta più della qualità ma, anzi, a volte, anche a scapito di quella, cerca il territorio d’origine. E’ il successo storico della parola toscana in tutte le sue versioni e tutti i suoi prodotti. E’ la magia della Valpolicella e, in particolare di un suo vino, l’Amarone che sta conquistando il mondo. Un caso dove,  un nome che esula da un territorio geografico, ne evoca comunque tutto ciò che gli appartiene. Tipicità dunque. Bene se il Collio è di per sé unico e tipico presenta però dei punti deboli; una tradizione legata a vitigni internazionali omologanti come Chardonnay, Pinot Grigio, Sauvignon, Merlot e Cabernet. La forza del Friulano o della Ribolla è ancora marginale e purtroppo ancorata a un’idea di vino che viene in secondo tempo “perché non è quello che ci fa fare mercato” come si sente dire ancora troppo spesso nelle cantine del Collio. Queste poche parole non avvicinano il mercato. Insomma la sensazione che si prova talvolta è che, se si va sugli internazionali, nel Collio si può stare più che sicuri, se si opta per gli altri vini si è già nella galassia dei “minori” e quindi si può rischiare la qualità.

Questione di stile. L’evoluzione dello stile di consumo oggi ve sempre più verso vini bianchi freschi e fruttati con componenti di serbevolezza che cercano modalità di impiego innovative e, in un certo senso, fast. Aperitivo, lounge time, brunch, breack ecc…sono parole che stanno invadendo, senza esclusione di colpi, anche le enoteche più prestigiose e storiche. E’ aumentato a dismisura il consumo di vino al bicchiere. In alcuni casi rimane la vera fonte di guadagno per un locale. Il vino in questi contesti più light non può e non deve prevaricare, deve lasciare il valore della piacevolezza, accompagnare il sorriso, esaltare gli stati emozionali della persona. I vini del Collio si propongono ancora mediamente troppo alcolici, spessi e complessi e, in molti casi prevaricanti. Troppe volte anche le linee più semplici partono da 13 gradi alcool. Molte volte non esistono linee più semplici. Si dice che sono vini per intenditori…ma gli intenditori sono ancora troppo pochi. Inoltre i nuovi mercati internazionali sono, come dice il termine, di per se stessi nuovi anche nell’approccio al vino. Arrivare dunque ad una maggiore bevibilità in alcuni vini bianchi di territorio non sarebbe da sottovalutare. Semplicità non fa rima con banalità.

Tra performance e anonimato. Se c’è una regione in Italia con grandi individualità performanti nel mondo del vino, quella è certamente il Friuli Venezia Giulia e in particolare il Collio. Molti infatti si avvicinano a questa regione grazie a vini di stile con una grande efficacia comunicativa. Gravner su tutti e tutti i suoi discepoli. Non si discute l’incredibile lavoro di questo faro luminoso di Oslavia. I suoi vini sono in tutto e per tutto da considerarsi “frutto della terra e del lavoro dell’uomo”, nel senso più stretto ed evocativo di questa frase evangelica. Esaltazione spirituale del creato. I suoi vini sono frammenti di natura rivitalizzati. Eppure  conservano da sempre un contraddittorio che sfocia in estimatori, veri, finti e opportunisti, oppure in detrattori senza riserve. Ma se bevi Gravner non bevi Collio. Molti sono anche i giovani produttori che si stanno avvicinando a quella filosofia produttiva, con l'intenzione di conferire forti connotati personalistici e stilistici che a volte stravolgono l’identità di un territorio.  Il Collio dunque vive anche con questa forte presenza di elementi altamente performanti ma, in un certo senso, distaccati da un’azione comune di valorizzazione di un prodotto riconoscibile. Forse questa deriva è anch’essa la conseguenza di una predominante viticoltura internazionale che porta con sé in modo innato il valore dell’anonimato.

Occhio al prezzo. Non sono convinto che se si vende a meno si vende di più! Soprattutto se si guarda con una prospettiva a lungo termine. Un giusto prezzo però aiuta l’appeal del consumatore. E’ indubbio che la media dei prezzi franco cantina anche per i grossisti rimangano nel Collio sempre mediamente più alti di altre denominazioni. Trattandosi per lo più di vini internazionali, inoltre, è difficile da spiegare e per molti operatori del mercato, da capire. Le logiche di mercato internazionali chiedono sempre più prodotti buoni a prezzi giusti e talvolta contenuti. Sul contenimento si potrebbe essere più o meno d’accordo e riscontro sempre più la tendenza ad una spregiudicatezza verso il basso, richiesta da parte degli operatori. Si preferiscono internazionali più abbordabili, di denominazioni minori che offrano però maggior margine di guadagno per chi opera nei passaggi finali di posizionamento sul mercato. Su questa intransigenza sui prezzi sono abbastanza d’accordo con i produttori. Credo infatti che il valore aggiunto del Collio non lo possa dare nessun altro territorio. Ma lo sappiamo troppo in pochi.

Collio 2.0. Siamo nell’era ipertecnologica, dove chi è a-social rimane in un limbo di indifferenza e isolamento che accelera fenomeni di esclusione e di calo di appeal, con conseguente effetto domino anche sulla richiesta del prodotto. Fino a 10 anni fa non si poteva pensare una cosa del genere. Anzi si guardava ai social come a elementi fuorvianti la qualità di un prodotto. Oggi una politica di comunicazione avanzata e moderna è il più importante investimento oltre alle vasche di acciaio e gli ultimi modelli di pigiatrici. Io non vedo una strategia operativa efficace in questo senso e ogni giorno che passa, alla velocità del web, ha un valore inestimabile. Soprattutto, c’è un mondo la fuori che non aspetta e, anzi, corre!

Dal fare a fare sistema. Non è solo un problema del Collio. Fare sistema, condividere per poi agire insieme. Un piccolo territorio diventa grande solo se ha uomini che sanno guardare oltre il particolare. Io, tutte le volte che sono stato tra le bellissime colline friulane, ho trovato troppe individualità e scelte poco condivise. Una su tutte la scelta di aderire al progetto di nuovo design della bottiglia. Alcune cantine l’hanno fatto proprio, altre aderiscono al consorzio ma non accettano la nuova bottiglia, altre ancora non aderiscono al consorzio. E stiamo parlando di un fazzoletto di terra. Altro particolare che mi mette disagio è sentire un produttore che si eleva al resto dei suoi colleghi magari con la solita denigrazione di chi non fa il vino buono come lui. Anche questo è un atteggiamento che allontana e suscita confusione. Ma non è un atteggiamento che si riscontra solo nel Collio, è purtroppo, troppo italiano.

Nelle varie piattaforme internazionali agroalimentari che sto seguendo, alla voce, italian wines, inserisco sempre i vini del Collio in quanto li ritengo “irrinunciabili” in qualsiasi carta internazionale. Scelgo soprattutto gli autoctoni, anche se sono pochi, costosi e il più delle volte prodotti in piccole quantità. Una scelta difficile dunque che si può giustificare solo per l’amore che provo per quel territorio e la consapevolezza che i picchi di qualità che qui si possono raggiungere in altre parti d’Italia difficilmente si trovano. Il fatto che si sia arrivati ad un punto di riflessione, spinto da Marco Felluga in una sua interessante intervista, sono sicuro che alimenterà l’orgoglio di queste genti e di questi produttori che devono solamente saper interpretare meglio i tempi nuovi in cui si trovano. Tutto il resto lo sanno fare bene.

Bernardo Pasquali

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