Vine and Wine Rossi Nativi 2017

Alla scoperta dei grandi vitigni rossi autoctoni del Friuli Venezia Giulia


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06/12/2017

Le degustazioni iniziano alle ore 9 in punto in una bellissima sala del Castello Canussio a Cividale del Friuli in provincia di Udine. Non è distante dal mio hotel e ho tempo per un giretto in paese prima di tuffarmi nell'edizione 2017 “Vine & Wine Rossi Nativi”.

Esco in strada e una folata di vento gelido mi fa pentire di non avere portato con me anche i guanti. La giornata è serena, vorrei arrivare fino al “Ponte del Diavolo” che ho già visto la sera prima durante il tour organizzato da PromoTurismoFVG. Mi affretto, mappa alla mano, tra le stradine ben curate del centro storico. Sul retro della mappa leggo intanto la storia della città, inciampando di tanto in tanto essendo ancora mezza addormentata e senza caffeina in corpo (la scelta del bar dove prendere il caffè quando arrivo in un posto nuovo è sempre molto delicata).

Forum Iulii (da cui deriva l'odierno toponimo “Friuli”) era il nome di Cividale quando Giulio Cesare la fondò nel 50 a.C. Nel 568 d.C. i Longobardi ne fecero la loro capitale. Mi chiedo come questi “barbari” invasori abbiano potuto essere capaci di divenire straordinariamente raffinati e di raggiungere vette artistiche sorprendenti come il Tempietto Longobardo che ho visitato ieri sera. Si tratta di un edificio unico nel suo genere, sito dell'UNESCO, che custodisce delle opere d'arte fatte di mosaici e stucchi figurativi molto elaborati. Io adoro l'arte e la storia – erano le mie materie preferite a scuola – poi alla fine mi sono ovviamente laureata in... Economia Aziendale! Però penso che la storia di un popolo e della sua arte siano anche il racconto di grandi sfide economiche e sociali, quindi non sono poi materie così distanti. La storia dei Longobardi, o “uomini dalle lunghe barbe”, è il racconto di relazioni e mediazioni tra Mediterraneo e Nord Europa, di secoli di guerre e scontri, di alleanze strategiche e contaminazioni culturali tra differenti civiltà. Cammino e rifletto su questi temi, di come siano simili al contesto attuale dell'Europa di oggi, contraddistinta, come allora, da processi migratori che ne mettono in discussione secolari equilibri sociali e culturali e di come sia difficile l'integrazione.

Alzo lo sguardo, mi sono persa, si è fatto tardi. Accartoccio la mappa ed entro nel primo bar che trovo. Si chiama per l'appunto “Caffè Longobardo”. Insieme al caffè che butto giù ancora bollente ustionandomi lingua, gola ed esofago, chiedo indicazioni per il Castello o “Cjistiel” come si dice in friulano (non è un dialetto ma una vera e propria lingua, infatti nei pannelli turistici la descrizione in friulano segue quella in italiano e in inglese).

Corro spinta dalla caffeina e dall'ansia di non fare tardi (sono l'unica italiana del gruppo di esperti provenienti da tutto il mondo su invito del Consorzio delle D.O.C. Friuli e del Progetto Vino di Collisioni). Appena entro nel Castello continuo a correre sopra pavimenti di vetro che lasciano vedere nelle fondamenta l'antica cinta muraria romana della città del II secolo d.C. Finalmente raggiungo la mia postazione in sala degustazione! Il sommelier mi ha già versato sei bicchieri di Refosco dal Peduncolo Rosso e sta ultimando il servizio nelle ultime file prima che i produttori inizino a presentare i loro vini.

Ecco, da questo momento inizia la mia scoperta dei grandi vini rossi autoctoni del Friuli Venezia Giulia. Nei due giorni di degustazioni ho assaggiato un centinaio di vini tra Refosco dal Peduncolo Rosso, Refosco di Faedis, Schioppettino, Schioppettino di Prepotto, Terrano, Pignolo, Tazzelenghe.

Nonostante oggi il Friuli sia conosciuto più per i suoi vini bianchi (friulano, picolit e ribolla gialla ad esempio), parlando con la gente del posto ho capito che in realtà, in passato, il vino che il contadino friulano beveva quotidianamente era un vino rosso. Il Refosco dal Peduncolo Rosso è la varietà a bacca rossa più conosciuta del Friuli ed era già popolare nel XVIII secolo. I suoi tannini possono essere abbastanza aggressivi anche se un po' meno astringenti rispetto ai vini fatti con il Refosco di Faedis (detto anche Refosco Nostrano) ma ne fanno dei vini ottimi in abbinamento con la selvaggina. Quello che invece si abbina meglio ad un bel risotto con il Montasio (formaggio DOP friulano) e ragout di anatra che mangerò stasera, è senz'altro lo Schioppettino ed in particolare quello prodotto a Prepotto.   Se non fosse stato per una vera e propria ribellione degli abitanti di questo paesino che nel 1977 si riunirono in seduta straordinaria in Consiglio comunale con all'ordine del giorno la difesa dello Schioppettino che stava scomparendo (a causa di una legge blasfema del 1976 che ne vietava la coltivazione), noi oggi non avremmo più questo fantastico vino. E questo la dice lunga sulla caparbietà dei friulani!

Mentre la degustazione prosegue e la mia lingua si sta pian piano riprendendo dall'ustione da caffè, ecco che iniziano a parlare di Terrano, il tipico vitigno carsico. Non l'avevo mai sentito, ma rimango sorpresa dal sapere che è lo stesso vitigno della Cagnina di Romagna! Il vino è molto diverso però dalla Cagnina che bevo di solito con i marroni di Marradi (il mio paese di origine nell'appennino tosco-romagnolo). Questo vino ha un colore rosso intenso, è chiamato anche “Sangue del Carso” proprio per questo motivo. Ha un'alta acidità e un buon tenore tannico che lo rendono adatto all'invecchiamento. Bella scoperta questo vino, magari in uno dei prossimi articoli vi racconto come sia stata possibile la connessione tra Terrano in Friuli e Cagnina in Romagna!

Gli ultimi due vini che assaggio a fine giornata sono il Pignolo e il Tazzelenghe. Sono entrambi vini altamente tannici. Il mio preferito è il Tazzelenghe che in friulano vuol dire appunto “taglia-lingua” per questa sua tannicità unita a una acidità sorprendente che lo inseriscono fra i vini non proprio equilibrati, bensì fra quelli che portano a un ottimale abbinamento col cibo.

Il comun denominatore di tutti questi vini rossi autoctoni friulani è che dentro i loro colori, i loro profumi e i loro sapori è racchiusa l'immagine del territorio di produzione. I francesi lo chiamano “terroir” ma per me non è altro che la perfetta armonia nel palato tra una selezione di formaggi friulani e un vino rosso autoctono che solo lì può nascere e completarsi.

Un suggerimento: non bevete mai il caffè prima di iniziare una degustazione...o almeno non bevetelo bollente!

Monica Maretti

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