50 anni DOC per il Rosso Conero e il Verdicchio di Matelica

Un anniversario internazionale con “Collisioni on the road to Marche”


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11/09/2017

Perché le Marche sono l'unica regione italiana al plurale? Non lo capisci finché non attraversi da nord a sud e da est a ovest questo variegato e seppur piccolo pezzo di mondo. Ai tempi del Sacro Romano Impero, questo era territorio di confine ed era diviso in feudi. Ognuno di essi era denominato “marca” (dal tedesco “mark”) e governato da un marchese. Da questa origine letteraria nasce l'unicità di una regione che dalla Romagna all'Abruzzo e dalla riviera del Conero all'entroterra appenninico è quantomai specchio della sua pluralità anche nei paesaggi.

L'imprenditorialità dei marchigiani, esempio di successo in tutto il mondo, si riflette anche nei prodotti della terra. I vitigni autoctoni, primo fra tutti il Verdicchio, ma anche il Montepulciano, il Bianchello del Metauro, la Lacrima di Morro d'Alba, la Vernaccia di Serrapetrona sono i cardini di una crescita del 40% delle esportazioni di vino marchigiano negli ultimi 10 anni.

Questo è il risultato ottenuto grazie alle azioni di marketing e promozione dell'IMT (l'Istituto Marchigiano di Tutela Vini dal 2010 ad oggi ha speso più di 20 milioni di Euro grazie ai fondi OCM Vino e PRS Marche) come l'evento organizzato dal 31 Agosto al 4 Settembre a Jesi insieme a “Collisioni Festival”. Con l'occasione di festeggiare l'anniversario dei 50 anni delle D.O.C. Rosso Conero e Verdicchio di Matelica, “Collisioni on the road to Marche” mi ha portato a degustare insieme a 30 professionisti internazionali i vini delle migliori cantine marchigiane scoprendo abbinamenti inaspettati con i piatti di pesce dell'Adriatico e con quelli montanari dell'Appennino.

I moscioli ad esempio (mitili selvatici che vivono nella baia di Portonovo dove il Monte Conero penetra il mare) si abbinano benissimo al Rosso Conero che è stato il primo vino rosso ad ottenere la D.O.C. nel 1967. Chi l'ha detto che con i piatti di mare non si possa abbinare un buon vino rosso? Il Rosso Conero ottenuto da uve Montepulciano (minimo 85%) e Sangiovese, copre 350 ettari di vigneti nel suolo calcareo del Conero. Ne nasce un vino rosso rubino, limpido, con sentori fruttati di amarena e lampone, con tannini moderati, che, servito a temperatura di circa 15 gradi, tira fuori tutta la sua salinità dovuta alla esposizione dei vigneti alle brezze marine.

L'altra grande D.O.C. che festeggia i 50 anni è il Verdicchio di Matelica. Attenzione a non confonderlo con il Verdicchio dei Castelli di Jesi. Benché si tratti dello stesso vitigno autoctono, il Verdicchio dà origine a due D.O.C. distinte (Verdicchio di Matelica e Verdicchio dei Castelli di Jesi appunto) ed è forse una delle poche D.O.C. in Italia che ha ragione di esistere in quanto l'orientamento delle vigne e la diversità del clima porta a due vini diversi, distinguibili immediatamente sia al palato che all'olfatto. L'areale di Jesi infatti scorre con i suoi vigneti in direzione ovest-est e risente dell'influenza del mare, mentre a Matelica la valle ha orientamento nord-sud e le montagne bloccano le miti brezze marine creando un microclima mediterraneo-continentale con forti escursioni termiche giorno-notte e estate-inverno. Note di anice, agrumi, mandorla e fiori gialli (la ginestra ricopre di colore le colline matelicane) si abbinano certamente allo stoccafisso all'anconetana ma, sempre nel mio intento di sfatare il mito “pesce-vino bianco” e “carne-vino rosso”, provate un Verdicchio di Matelica invecchiato di almeno due anni con un piatto di fagiano arrosto. Il Verdicchio grazie alla sua grande struttura, alta acidità e tenore alcolico è uno dei pochi vini bianchi che invecchia molto bene.

In queste colline, il curioso paesino di Braccano, frazione di Matelica, è conosciuto come il “paese dei Murales” ed è popolato da 150 abitanti tra cui due spaventapasseri che quest'anno prendono le vesti delle due D.O.C. festeggiate per le loro nozze d'oro.

Al banchetto di nozze prendono posto anche gli altri grandi vini prodotti da vitigni autoctoni marchigiani, come ad esempio il Bianchello del Metauro tra i vini bianchi oppure la Lacrima di Morro d'Alba o la Vernaccia di Serrapetrona tra i rossi che ho degustato durante i quattro giorni di convegni a Jesi. La città natale di Federico II mi ha fatto conoscere anche tramite il suo museo multimediale www.federicosecondostupormundi.it come il senso di appartenenza ad una comunità e l'amore per i luoghi che ti hanno dato la vita siano l'arma vincente. I marchigiani hanno sempre investito su loro stessi, hanno creduto nella qualità dei loro vitigni autoctoni (quando in altre regioni si espiantavano vigne per piantare più redditizi vitigni internazionali) e questo li sta premiando nel lungo termine con una visibilità e un'importanza economica internazionale tra le più elevate per un sistema regionale di poco più di un milione e mezzo di abitanti. 

Monica Maretti

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